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Reperti archeologici e vasi vinari romani in terracotta ritrovati un po' dovunque sulle colline dell'Astigiano e del Monferrato testimoniano per queste terre una vocazione viticola che data almeno da due millenni.
Per trovare i primi documenti scritti bisogna, invece, giungere all'epoca longobarda e fare riferimento alle "Più antiche carte dell'archivio capitolare di Asti" Le quali, però, non specificano quali vitigni siano coltivati nei fondi ecclesiastici e laici. Testimonianze che si rincorrono da un'angolo all'altro del Monferrato.
Più generosi di notizie sono i cartari dell'archivio capitolare di Casale che fanno riferimento all'uva berbexina o berbesina (1249). Gli Statuti di Canelli redatti all'inizio del '300 registrano ben nove capitoli relativi alla tutela della viticoltura e tali attenzioni sono testimoni dell'importanza che la vite e il vino ricoprivano in questi luoghi.
Al moscatello fanno riferimento gli Statuti di Asti del 1379, là dove vietano di vendere le uve prima della festa di San Michele, a meno che non si trattasse di moscatellum.
Delle "uve moscatelli, rinassi, vernace...et marvaxie" recano traccia gli Statuti di Mondonio del 1468. Dal XV secolo i documenti relativi alla vite ed al vino e ci dicono di strumenti e di sistemi di coltivazione e di cantina ormai simili a quelli della memoria. Sappiamo inoltre di una cresciuta ambizione della nobiltà locale per la cantina e dell'orgoglio nel mostrare "capacissime botti di 50 e fin di 100 barili, entro le quali conservavano i loro vini per molti anni".
La barbera fa il suo ingresso in questo ricco panorama per opera del conte Nuvolone che nella relazione "Sulla coltivazione della vite e sul modo di fare i vini" del 1799 indica tra le uve nere di prima qualità il barbera". Ma ci sono buone ragioni per credere che nei precedenti riferimenti ad "uve nere ordinarie" si nasconda la barbera stessa. E' comunque nell'Ottocento che la barbera si riscatta pienamente, tant'è che a partire dalla celebre "Pomona Italiana" del Gallesio del 1839 è un rincorrersi di attestazioni che ne riconoscono la radicata diffusione e le ottime referenze nelle due forme di vino secco e di vino amabile. Di particolare importanza storica è, infine, la cartina sull' area di diffusione del barbera pubblicata nel 1904 da Arnaldo Strucchi: documentata su un'ampia area che va da Dogliani a Casale, la coltivazione del vitigno viene indicata come prevalente sulle colline comprese fra i comuni di Asti, San Damiano, Canelli, Nizza e Rocca d'Arazzo.
(Testo da: "Proposte su una stroria del Barbera", Luciano Bertello et Govanni Minetti)

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